Troppo forte
La potenza al tiro di Viktor Gyokeres, il ritorno di Eze. E i terzini destri improvvisati. Con un ricordo del primo segretario del Crystal Palace
Lampi dal weekend
- Sempre più frequenti i casi di partite, in Premier League, in cui a pochi minuti dalla fine una parte visibile del pubblico si alza e se ne va, anche con il punteggio ancora incerto. Uno degli ultimi casi è stato quello di Sunderland, qualche giorno fa: il Liverpool stava vincendo 1-0 e ha poi chiuso con quel punteggio, togliendo al Sunderland l’orgoglio di essere l’unica squadra ancora imbattuta in casa. Poi è arrivata pure la sconfitta contro il Fulham, ma non è quello il punto: il punto è che lo scenario di posti vuoti prima della fine è sempre, e dolorosamente, più frequente, al netto del fatto che la viabilità e i trasporti siano spesso complicati e gli spettatori non intendano trascorrere ore in coda.
- Pare che il Manchester United non si farà trascinare dalla fretta nel decidere sul nome del prossimo allenatore. E che quindi i buoni risultati ottenuti da Michael Carrick non influenzeranno la scelta. Corretto, logico, sensato, considerando i frequentissimi errori che i club commettono nel cercare di proiettare nel lungo periodo una situazione contingente. È molto difficile capire, ci vuole una serie di competenze che, messe assieme, non tutti hanno. Sarebbe però bizzarro se, dopo tanti passi falsi, lo United scegliesse la prudenza proprio con l’allenatore giusto. Il problema è che non lo può letteralmente sapere nessuno.
- Eberechi Eze ha segnato cinque gol in due partite al Tottenham, quest’anno, ma nei quasi tre mesi tra le due partite la sua stagione aveva incontrato le prime difficoltà vere, per via del ritorno di Martin Odegaard che gli era stato progressivamente preferito da Mikel Arteta. È però sorprendente leggere che i due tiri della doppietta di domenica scorsa al Tottenham Hotspur Stadium sono stati i PRIMI nello specchio della porta proprio da quel terzo gol del 23 novembre alla stessa avversaria.
- Un movimento di Eze, a inizio secondo tempo, ha portato al primo dei due gol di Viktor Gyokeres. Ho guardato più volte il passaggio di Jurrien Timber dalla fascia destra e nulla mi ha convinto che quel passaggio così brillantemente controllato e trasformato in gol dall’attaccante svedese non fosse in realtà indirizzato a proprio a Eze, al cui scatto verso l’area Timber reagisce istantaneamente. Eze distrae Radu Dragusin, che resta nella terra di nessuno - lontani quanto basta anche gli altri compagni di squadra, nonostante la teorica densità assicurata dalla presenza di tre difensori centrali - e così Gyokeres può andare incontro al pallone ballonzolante e segnare con un tiro così potente da essere più veloce del riflesso, di per sé ottimo, di Guglielmo Vicario.
- Brentford-Brighton, finita 0-2, gol di Diego Gomez e Danny Welbeck, è stata una partita faticosa, arruffata, con una precisione di passaggi complessiva inferiore all’80% e, da parte del Brighton, reduce da un periodo di forti difficoltà con conseguenti dubbi sulla gestione di Fabian Hürzeler, una scelta tattica precisa e azzeccata: avere sempre uno dei due centrali, Paul Van Hecke o il capitano Lewis Dunk, a contatto con Igor Thiago, che pur toccando il pallone cinque volte nell’area di rigore ha chiuso con zero tiri nello specchio della porta, ovvero 1,3 in meno della sua media. Dopo i cinque gol in due partite tra 4 e 7 gennaio, tripletta all’Everton e doppietta al Sunderland, il brasiliano ha segnato una sola volta in sei uscite, su rigore a Newcastle: ci può stare, una stagione di qualsiasi campionato è lunga e scomponibile in micro-stagioni in cui si può essere inarrestabili o impalpabili. Il Brighton lo ha costretto a lottare per ogni pallone controllabile e spesso a rientrare verso il centrocampo, senza però che nel 4-2-3-1 Dango Ouattara da sinistra e Keane Lewis-Potter da destra, quest’ultimo sostituito dal 46° da Kevin Schade (con conseguente inversione di fascia), contribuissero a creare pericoli. Il Brighton per l’ottava volta consecutiva ha giocato senza un’ala vera sulla fascia destra, ricorrendo ancora a Gomez: ed è scelta, non un problema di infortuni, dato che Yankuba Minteh è sempre stato disponibile, ma è partito titolare per l’ultima volta il 30 dicembre nella trasferta di Londra contro il West Ham.
- È l’Anno del Terzino Destro. O meglio, del terzino destro fuori ruolo. Ormai da mesi ci gioca, in caso di bisogno (ma a volte anche quando era disponibile Joe Gomez) Dominik Szoboszlai, e - restiamo nell’ambito delle difese a quattro - ci hanno giocato a volte James Garner nell’Everton (impiegato anche a sinistra), Lewis Miley nel Newcastle United, Declan Rice nell’Arsenal. C’è un motivo? Apparentemente no. O meglio, il motivo è stato fornito dalle tante assenze di terzini destri, acuite nel caso più ‘grave’, quello dell’Everton, dal fatto che la prima scelta nel ruolo è ormai da un anno un difensore centrale, Jake O’Brien, perché evidentemente David Moyes per la sua concezione di calcio si fida poco di Nathan Patterson e - ma qui c’entra anche l’età, e il rinnovo contrattuale è nato del resto più da considerazioni etiche che tecniche - Seamus Coleman. Curioso però che analoga emergenza non sia praticamente mai avvenuta sulla fascia sinistra. La spiegazione, probabilmente, non esiste.
Lunga vita a Glasner
Il coraggio è una dote assoluta, e beato chi ce l’ha, ma può anche essere una dote relativa. Adattabile alle circostanze. Non conoscendolo direttamente, non so quale dei due tipi di fegato abbia Oliver Glasner, l’allenatore del Crystal Palace, ma indubbiamente di uno è dotato. Quello che gli ha permesso di sfidare i tifosi della sua squadra, che da qualche tempo ce l’hanno con lui e con il mondo intero. Avere a che fare con i tifosi è sempre una grana, del resto. Di loro può parlare candidamente solo chi non li incrocia mai, ed è lì che scatta il coraggio. Relativo, sì, ma comunque maggiore del nulla. Tornando a bomba, Glasner a gennaio ha annunciato l’intenzione di lasciare il club, alla scadenza del contratto a giugno, e da quel momento non ha avuto pace: principalmente per il netto calo delle prestazioni della squadra, dovuto in parte anche alla cessione di Marc Guehi, capitano e difensore centrale. Che non è stata controbilanciata da arrivi nel ruolo e ha dunque portato all’utilizzo a rotazione di Jefferson Lerma e dell’impreparato Jaydee Canvot, con una doppia conseguenza, però. Lerma infatti, che non è nuovo al ruolo ma di base è centrocampista, gioca come terzo di destra e dunque la sua presenza e la sua collocazione lì ha costretto a spostare al centrosinistra Chris Richards, togliendo dunque in un colpo solo due certezze rispetto al Guehi-Lacroix-Richards dell’ultimo anno. Domenica scorsa, un tifoso è stato portato via dopo avere chiesto con eccessiva insistenza a Glasner, da una delle prime file della tribuna principale di Selhurst Park - quella di fronte alle telecamere, bellissima (foto sotto, agosto 2023) - di fare qualcosa per stimolare l’attaccante Yeremy Pino, uno di quelli che hanno reso molto meno del previsto, e il clima si è ormai rovinato, con tanto di striscioni (…) contro Glasner, conseguenza di sue dichiarazioni in cui invitava i tifosi ad essere umili e a ricordare in che condizioni fosse il club fino allo scorso anno.
120 anni di Palace
A proposito del Crystal Palace, che ormai da decenni rappresenta una parte estesa del profondo sud londinese, è interessante una nota di 120 anni fa, quindi successiva di dodici mesi alla fondazione del club, riportata nell’affascinante libro ’To the Palace for the Cup’, pubblicato nel 1999. Nell’annuario ufficiale del club dell’estate 1906, infatti, il segretario del Palace, Edmund Goodman, che più tardi sarebbe asceso (disceso?) anche al ruolo di allenatore durando 18 anni, scrisse «credo che il Crystal Palace, prima o poi, possa arrivare al livello dei grandi club del sud inglese o dell’Inghilterra tutta, se riuscirà ad avere successo sul campo. Ve lo dimostro facendovi notare le grandi folle che abbiamo visto nel nostro stadio per le finali di FA Cup, da 60.000 a 110.000. Certo, le squadre che hanno disputato le finali hanno portato con sé tantissimi tifosi, ma nel pubblico ci sono sempre stati migliaia e migliaia di appassionati locali, di londinesi del sud, e questo dimostra che se le offri buon calcio la gente risponde». Personaggio particolare, Goodman, come tantissimi di quel periodo eroico, ingessato, arruffato: nato a Birmingham nel 1873, aveva provato a diventare calciatore ma un infortunio riportato giocando nelle riserve dell’Aston Villa gli era costato addirittura l’amputazione parziale di una gamba. Il presidente dei Villans nonché fondatore della Football League, William McGregor, gli aveva allora affidato l’incarico di vice-segretario. Interpellato dai dirigenti del Crystal Palace - lo stadio - sulla miglior procedura per fondare una squadra, McGregor aveva inviato loro proprio Goodman, che portò con sé i… colori, visto che fino al 1938, poi a intermittenza fino al 1973, il Palace fu claret&blue. Goodman aveva l’occhio lungo: appena arrivato a Londra si fece dare i registri degli incassi e scoprì che un certo Sydney Bourne aveva comprato per ogni finale di FA Cup blocchetti interi di biglietti. Il che voleva dire due cose: era appassionato e soprattutto era ricco. Goodman lo contattò e lo convinse a diventare dirigente poi presidente, carica tenuta fino al 1930, cioé fino alla morte. Nel 1925 proprio Bourne, dopo la retrocessione dalla seconda alla terza divisione, aveva esonerato Goodman, lasciandogli ‘solo’ il ruolo di segretario «perché il doppio incarico si è dimostrato troppo gravoso». Licenziatosi nel 1933, Goodman per il resto della sua vita gestì un negozio di alimentari ad Anerley: dal marciapiede di fronte poteva vedere la grande torre dell’acqua e la parte alta del grandioso complesso del Crystal Palace (foto sotto, libero utilizzo da Wikipedia), trasferito lì da Hyde Park nel 1854 e da cui erano poi derivati il campo e lo stadio. La visuale cambiò nel novembre 1936, quando l’intera struttura fu distrutta in un incendio ricordato con sgomento per decenni dai testimoni oculari.
Durde perfect
La persona ritratta nella foto qui sopra accanto a Michail Antonio, attaccante fermatosi dopo il grave incidente automobilistico e la fine del contratto con il West Ham, è Aden Durde. 46 anni, di Enfield (Londra nord), è l’allenatore della difesa dei Seattle Seahawks, che lo scorso 8 febbraio hanno vinto il Super Bowl. Rarissimo caso di straniero che riesce a fare carriera nella NFL partendo dal proprio paese, senza cioé aver fatto liceo o università negli Stati Uniti. Da ragazzino, viste le prime partite in tv a fine anni Ottanta, andava al Finsbury Park a lanciare il pallone da football con amici, poi ha iniziato a giocare in patria e nella lega europea creata dalla NFL vincendo anche un campionato con gli Hamburg Sea Lions, ha avuto due esperienze in ritiro precampionato con Carolina e Kansas City poi nel 2014 ha avuto l’opportunità, dopo aver accompagnato alcuni giovani giocatori inglesi a Dallas, di restare come stagista e da lì poco alla volta ha ottenuto incarichi importanti, fino, appunto, a quello di allenare la difesa di Seattle, dalla stagione 2024. Dettosi nella settimana pre-Super Bowl ancora incredulo di essere lì, in un aspetto si è presto adattato al mondo dello sport professionistico americano: il nepotismo. Suo figlio Kane infatti lavora come osservatore per i Cowboys, e se è vero che la storia di Durde dice che le opportunità ci sono per chiunque, è altrettanto vero che tra NBA, MLB, NHL e soprattutto NFL, per via degli staff più numerosi, i cognomi ‘sospetti’ si scoprono ovunque, anche solo con una rapida occhiata, ed è un po’ sconsolante. Quindi? Quindi nulla, se non che - altrimenti non avrebbe avuto senso citarlo - a quanto pare il suo tifo per il West Ham United è reale, si manifesta in una costante attenzione e non è recitato. È già qualcosa, se pensiamo, da noi, alle penose recite di vip e miracolati vari nelle tante annate del programma Quelli che il calcio.
Elland Road in passerella
Annunciato da qualche tempo, l’allargamento di Elland Road, lo stadio del Leeds United, potrebbe arricchirsi di una curiosità peraltro molto pratica e non solo decorativa. Una passerella che collegherebbe l’impianto, situato a sud-ovest del centro, con la città, sfruttando un ramo di ferrovia in disuso dal 1987. Si tratterebbe di una imitazione della celebre High Line di New York, nata quasi per caso con le stesse premesse 17 anni fa - la ricordo praticamente deserta, nel 2010 - e diventata una delle grandi attrazioni della città. Se guardate una delle tante mappe online, la linea ferroviaria in disuso curva decisamente verso sud appena ad ovest della stazione, subito dopo l’attraversamento del Leeds and Liverpool Canal da parte dei binari principali, che proseguono invece verso ovest. Uno dei motivi del progetto è ‘avvicinare’ lo stadio alla città, da cui non è solo lontano ma, dal 1973, pure staccato, dopo la costruzione della bretella M621 che collega da est a ovest due autostrade diverse e crea una separazione anche psicologica. E che Elland Road - che passerà da 37.654 a 53.000 spettatori di capienza, sia un po’ isolato dal resto è vero: partendo o arrivando da Leeds in corriera, per esempio, si passa proprio sulla M621 e il fatto che si debba guardare da un lato del finestrino per vedere lo stadio e dall’altro per vedere il centro città, leggermente sopraelevato e distante, dice tutto. Qui sotto, dal quotidiano Daily Mail, il tratto sul viadotto Holbeck.
Le vite degli altri
Michael Carrick, lunedì sera dopo Everton-Manchester United (0-1) sul suo portiere Senne Lammens: «Per me, un portiere dev’essere affidabile. Non deve creare caos, anzi deve annullarlo, calmare le acque. E penso che Senne sia quel tipo di giocatore. A volte è tranquillo e posato, ma è davvero fatto di acciaio. È un ruolo difficile per molti… a volte ci vuole un po’ di tempo per adattarsi, a volte meno, ma per ora lui ha gestito la situazione con calma e pacatezza e penso che questo aiuti moltissimo chi gioca davanti a lui».
Illustri conosciuti
David McNeil (1945-2026)
Se nessuno lo ricorda come calciatore o allenatore o dirigente, è perché non lo fu mai. Ma fu un grande fotografo, e fotografo ufficiale dei gloriosi Rangers Glasgow negli anni Settanta, quelli in cui le sue splendide foto erano viste ogni settimana da almeno 40.000 lettori della rivista ufficiale del club, l’epoca, ad esempio tra 1978 e 1980, di indimenticabili divise con il colletto biancorossoblu. McNeil divenne amico del difensore Sandy Jardine e del centrocampista Derek Ferguson, il padre di Lewis, mediano del Bologna e della nazionale scozzese. In più, McNeil abitava con la moglie - giornalista, disabile dal 2010 per una caduta da cavallo - in un bellissimo cottage con vista sul Loch Lomond. Che è sì uno dei ‘fiordi’ più belli della Scozia ma è anche, ovviamente, il titolo di uno dei brani più struggenti, più belli (ne esiste uno brutto, in Scozia?) e più popolari della tifoseria scozzese, ripreso tra l’altro dai tifosi del Colonia.
Generazione di [omissis]
Uno dei segnali del rammollimento generale è dato dalle email con cui da qualche anno i club inglesi chiedono se si vuole evitare di ricevere messaggi relativi alla Festa della Mamma (o del Papà). «Comprendiamo come possa essere un periodo difficile, per alcuni». Sì, chi ha perso uno o entrambi i genitori può emozionarsi un attimo, nel leggere, ma addirittura rinunciare a ricevere email? Tutto peraltro perfettamente coerente con un Regno Unito allo sbando: gli esempi sono infiniti, ad esempio un teatro ha assoldato alcuni ‘Mental Health First Aiders’, sostanzialmente dei paramedici incaricati di gestire l’ansia e l’angoscia generate negli spettatori da una rappresentazione teatrale. Cioé, da qualcosa di finto, di inventato, non da vicende reali, che tra l’altro in Gran Bretagna dovrebbero provocare molto più panico di una piéce.
La fine dei pub
Il mese scorso ho riferito dell’imminente chiusura del Winslow Hotel, lo storico pub situato di fronte all’ingresso della tribuna principale di Goodison Park. È un caso di chiusura dovuta alla perdita di clienti nei giorni delle partite, ma ormai da mesi nel Regno Unito si assiste alla chiusura di locali del genere per motivi ben diversi, quasi tutti riconducibili, a sentire i diretti interessati, alle misure previste dalle ultime due manovre economiche. Ogni giorno (sotto, un esempio) esce qualche notizia a proposito, e si percepisce il senso di sgomento e scoramento di chi vede sparire il pub o i pub di quartiere, storico riferimento per migliaia di persone, oltre che - visto che qui si parla di calcio - di tifosi. Non sono mai stato un frequentatore di pub, non ho mai bevuto alcool, sono lontanissimo da tutto quello che è vita sociale e sicuramente nessun locale pubblico potrebbe mai fondare la sua sopravvivenza sulla mia assiduità, ma mi dà molta tristezza assistere alla distruzione, non casuale, di uno stile di vita tradizionale. E per ‘tradizionale’ intendo vissuto e condiviso da generazioni e generazioni, non concentrato in pochi anni. Cultura popolare e locale, non moda passeggera.
La spilla della settimana
Arsenal, Highbury (2006)
Fuori tema
Ogni settimana, foto, recenti (o meno) dei miei viaggi a imparare calcio, ad assorbire modi diversi di vivere una partita.
Ujpest, Budapest (2023)















